Like Se questo è un uomo?
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Book Description
Scritto fra la fine del 1945 e l’inizio del 1947, quindi immediatamente a ridosso dei fatti narrati, Se questo è un uomo è prima di tutto il resoconto minuzioso e asciutto, la cronaca sommessa e a volte volutamente dimessa, di un’esperienza estrema: un anno trascorso da Primo Levi nel lager di AuschContinue
15 Reviews
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EVOCUOCO said on Apr 21, 2012 | 6 feedbacks
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Al di qua del bene e del male
Sommersi o salvati, bestie o uomini. Nessuno spazio per la solidarietà in lager o per l'umanità o l'altruismo. Nessuno spazio perché ogni attimo di esistenza è programmato, segnato. Chi entra non esce, solo pochi fortunati si salvano, quei pochi che riescono a conservare un briciolo di umanità, in m ... (continue)
Kiary said on Apr 13, 2012 about the Paperback edition | Add your feedback
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Valentina said on Apr 7, 2012 | Add your feedback
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Pacato
i fatti senza recriminazioni e odio. I fatti e basta. Questo é il motivo per cui questo libro é diventato IL LIBRO dell'Olocausto. Primo Levi, prestato alla scrittura dalla sua esperienza terribile, riesce dove molti hanno fallito rendendolo uno dei più bravi scrittori del secolo scorso. Si legge d' ... (continue)
GianLuca said on May 20, 2012 about the Mass Market Paperback edition | Add your feedback
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"Ne pas chercher à comprendre": inciso sul fondo di una gamella.
"Per quanto di senso può avere il voler precisare le cause per cui proprio la mia vita, fra migliaia di altre equivalenti, ha potuto reggere alla prova, io credo che proprio a Lorenzo debbo di essere vivo oggi....per avermi costanteme ... (continue)
Ceska said on May 5, 2012 about the Paperback edition | Add your feedback
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Oscar Drai said on Apr 14, 2012 | Add your feedback
Book Details
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Rating:




(9869)
- Libri Italiani
- Hardcover 190 Pages
- ISBN-10: 8481304581
- ISBN-13: 9788481304589
- Publisher: Gruppo Editoriale L'Espresso
- Pub date: Mar 13, 2002
- Also available as: Mass Market Paperback, Paperback, School & Library Binding and Others
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- Se questo è un uomo Kristian Betti (12 comments, 11 people)
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Paradossalmente, più leggo e recensisco, più mi sembra di non essere all’altezza di farlo. E mi riferisco sia all’atto di recensire, sia a quello più generale di leggere libri.
Recensire, in fondo, non è un arricchirsi a spese di altri? Per farlo bisogna mettersi a sedere, aspettare che un autore s ... (continue)
Paradossalmente, più leggo e recensisco, più mi sembra di non essere all’altezza di farlo. E mi riferisco sia all’atto di recensire, sia a quello più generale di leggere libri.
Recensire, in fondo, non è un arricchirsi a spese di altri? Per farlo bisogna mettersi a sedere, aspettare che un autore scriva un libro, che un editore decida di pubblicarlo, e infine iniziare a leggerlo. Se il libro è piaciuto, si cercherà di scrivere una recensione il più intelligente, arguta, profonda e toccante possibile, in modo da far trasparire la propria intelligenza, la propria sensibilità, la nostra ottima capacità di giudizio. Se il libro invece non è piaciuto, allora si cercherà di distruggerlo cercando di apparire quanto più possibile superiori, acuti, ironici, comici, sapienti; scrivendo come se si fosse giocolieri in un circo. Bello o brutto che sia, il libro ci serve per dar spettacolo di noi stessi.
Leggere, poi, è impresa delle più ardite. Di quelle che bisognerebbe fare ben armati di forza, pazienza, coraggio e di un enorme bagaglio di conoscenze; e che invece si affronta così, alla garibaldina, come scalatori che si apprestino a salire la vetta del K2 con ai piedi scarpette da tennis. E’ anche vero che non tutti i libri richiedono di essere Messner per raggiungere le loro sommità, ma in certi casi, in molti casi (o almeno così era prima che a scrivere libri ci si mettessero i Servi della Gleba) sarebbe opportuno averlo, questo bagaglio, così come sarebbe opportuno togliere le scarpe e il cappello, coprire le spalle nude e chinare la testa quando si entra in un Tempio.
Osservando da lontano certi libri, mi coglie il pensiero di quante acute riflessioni, quanti riferimenti colti, quanti tipi di saggezza, quanti paragrafi frutto di riflessioni lunghe una vita, vadano sprecati nell’istante in cui passano sotto i miei occhi senza che io sia in grado di coglierli. Non parliamo poi dei consigli, e dei segreti della vita: quelli, come i dolori fisici, si riconoscono per quel che valgono solo dopo averli vissuti di persona, tanto che spesso è inutile che qualcuno cerchi di raccontarceli per metterci in guardia: senza l’esperienza diretta non ci è possibile capire.
Ma allora, se non siamo in grado di cogliere nemmeno le piccole cose, in che modo possiamo pensare di dare un giudizio di merito ad un’opera? Come possiamo coglierne il vero valore, il reale senso? Soprattutto considerando il fatto che ad interferire ci si mettono anche sciocchezze senza importanza quali la nostra sensibilità personale, la nostra età, le nostre idee, teorie, speranze e paure, i nostri preconcetti, il modo in cui leggiamo, il momento e il posto. Un libro dunque non è più un’unità, ma si frammenta in tantissimi pezzi, che variano oltretutto passando da un lettore ad un altro. Qualcuno coglie una cosa, qualcuno un’altra; qualcuno era troppo stanco per capire, qualcuno troppo annoiato. Qualcuno non capiva bene la lingua, qualcuno leggeva per dovere di studio, qualcuno “non è il mio genere”, qualcuno ancora pensava “quando scade il termine per il bollo?”.
E poi mi vengono a dire che leggere è una cosa facile, che sanno fare tutti, e che tutti possono fare. Io, più leggo più so di non aver letto. Più imparo, più capisco di non aver imparato. Più colmo un vuoto, più ne vedo altri intorno da colmare. Non posso che essere parziale nei miei giudizi, poiché tutti i miei giudizi risentono della presenza ingombrante della mia persona. Bisognerebbe invece che la persona sparisse. Come disse A.J. nel suo trattato sul leggere i tarocchi, il Lettore dovrebbe essere una sorta di Santo Laico, e sparire ,annichilirsi di fronte alle carte (alle pagine), di modo che la propria sensibilità, le proprie idee sulla vita, il proprio Ego, il desiderio di apparire, non vadano a modificare il significato degli Arcani, piegandolo al proprio volere.
Il libro quindi è un quadro che sappiamo osservare o è una specie di specchio in cui cerchiamo, volenti o nolenti, di riconoscere noi stessi, piegandolo alle nostre esigenze? E nel primo caso, siamo davvero in grado di discernere ogni pennellata, ogni figura, ogni composizione nel modo corretto?
Forse in questo può venirci in aiuto Leonardo: dipinse un tempo la Gioconda e il suo misterioso sorriso, in cui ognuno vede le cose più disparate. Eppure, per quante milioni di immagini quel sorriso possa far nascere in chi lo guarda, tutti sono d’accordo nel dire che è un quadro assolutamente affascinante, un capolavoro. E’ questo dunque il segreto?
Ma, e un po’ mi ripeto e un po’ torno indietro, chi di noi può dire di essere in grado di capire perfettamente quel quadro? Chi di noi ha tutti i bagagli necessari per poterlo guardare negli occhi senza rimanerne abbagliato?
Il mio giudizio quindi non può che essere parziale, confuso, personale e imperfetto. Per ogni sfumatura che colgo, dieci mi sfuggono. A questo sono condannato: a dover scrivere “bellissimo” o “bruttissimo” senza sapere in nome di quale ragionamento, basandomi su quali verità, reggendomi su quali inconfutabili teorie. Vorrei provare dunque a cercare, all’interno delle recensioni, me stesso, visto che non so più se dentro di loro c’è davvero il libro di cui ho la sfrontatezza di parlare.
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